Se telefonando

|Il tweet del mercoledì| Libri e premi

Novità editoriali e titoli selezionati invogliano; a loro sono dedicati scaffali privilegiati e vetrine studiate, presentazioni continue, fiumi di parole e d’inchiostro. Libri incoronati vincitori, spesso secondo logiche poco trasparenti, ricevono larghi consensi di pubblico grazie alla suadente fascetta apposta sulla copertina. Già, oggi c’è chi colleziona unicamente titoli premiati, poi se li fa anche drammaticamente piacere, convincendosi che se sono giunti all’ambito traguardo un valore lo dovranno pur avere. A sollevare un non insospettabile polverone è stato Stefano Zecchi, il filosofo noto negli anni ’90 per occupare fedelmente una delle ambite poltrone nel salotto di Costanzo, e che, alla premiazione Campiello di Venezia, ha sorpreso per aver lasciato la sua poltrona di giurato vuota. Disgustato dal meccanismo sconclusionato di selezione, ben lontano dalla serietà iniziale delle diverse rassegne letterarie, mai pressate da influenze esterne e titani editoriali. Il Bagutta, primo fra tutti, nacque per volontà di scrittori e di artisti, il Bancarella pensato dagli stessi librai, lo Strega e il sopraccitato Campiello avevano in comune il medesimo nobile intento, la ricercatezza di stile e contenuti.
Il mese scorso, alla Fenice, è emersa invece la maestosa autorevolezza che regola un evento di tal portata, presieduto da una giuria di dieci scrupolosissimi letterati, zelanti nell’eseguire l’incarico sommariamente e candidi nell’ammetterlo. D’accordo, si è torchiati da tempi brevi e pagine talvolta interminabili, da ingerenze esterne che tali non rimangono, da membri discutibili e altre pecche. Al netto di tutto ciò, perché portare a termine valutazioni pertanto non spassionate? Ammette Zecchi: “Al Campiello lo scrittore è un contorno. A noi giurati arrivano anche più di 400 libri, alcuni a fine aprile. Ovvio è che la maggior parte non li leggiamo. Quindi, serietà della selezione? Zero, virgola zero. Indecente, per chi partecipa” Lo stesso, accennando a numeri meno altisonanti, sostiene Roberto Vecchioni. La prima verità è una sola: la correttezza alberga altrove. L’altra verità: svelato l’inghippo s’è proseguito e “La prima verità” di Simona Vinci ha vinto.
Meriterà, si spera. La fiducia l’accordiamo anche a Trapattoni, pure lui ha ricevuto gloria al Bancarella con il suo “Non dire gatto”. Ora che il gatto è nel sacco e le magagne sono emerse, urge risanare integralmente il meccanismo o abolirlo altrettanto radicalmente. premio-bancarella-finale

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